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Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle. Considero valore il vino finche' dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e' risparmiato, due vecchi che si amano. Considero valore quello che domani non varra' piu' niente e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite. Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che . Considero valore sapere in una stanza dov'e' il nord, qual'e' il nome del vento che sta asciugando il bucato. Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia. Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore. Molti di questi valori non ho conosciuto.

venerdì, 07 marzo 2008

Una volta lo chiamavano schiavismo...adesso pure!

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Per avere le idee un pò più chiare (a parte la vignetta geniale presa in prestito dal blog di beppe grillo che sono sicura apprezzerà il gesto di denuncia) fatevi un giro QUI
sussurrato da: liberaeresia alle ore 23:04 | Permalink | commenti
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giovedì, 28 febbraio 2008

La nostra generazione è figlia di due padri diversi: reazionari, legati alla tradizione del lavoro materiale quale mezzo di emancipazione sociale, e i “rivoluzionari” che sul finire degli anni Settanta stampavano i loro passi veloci sui sampietrini romani bagnati dalla pioggia, inseguiti dai lacrimogeni e preceduti dalle molotov lanciate sulle camionette o nei portoni dei partiti, che hanno sempre considerato il lavoro immateriale, meglio definito come intellettuale, come strumento di crescita ma soprattutto di cambiamento del mondo che sarebbe venuto, ingenuamente immaginato migliore.

Entrambi i padri erano figli di un’unica classe sociale, poco differenziata e dunque tesa ai medesimi obiettivi. L’operaio delle fabbriche, con le mani sporche di grasso, spesso con una scolarizzazione minima, aveva straordinariamente una “cultura sociale” ben più radicata: politicizzati e sindacalizzati, partecipavano agli scioperi per la rivendicazione di diritti che ormai sembrano scontati e quasi obsoleti, tutti rigorosamente con la tessera del PCI e della CGIL spiegazzate nel portafogli scadente.

I loro figli, e dunque i nostri padri, girano con in tasca un portassegni di coccodrillo, indipendentemente se in gioventù erano quelli che inseguivano o quelli che erano inseguiti. La borghesia ha allettato anche i più tenaci corridori, finiti nella maggior parte dei casi a servire proprio quello stato odiato sia dall’una che dall’altra parte. Noi siamo finiti nel limbo: né operai sottopagati, né impagabili sognatori. Il livello della cultura generale è notevolmente aumentato e diventiamo sempre più velocemente quel soggetto sociale “intellettualizzato” a cui è richiesta non la sua bruta forza-lavoro ma la sua capacità cognitiva, applicabile nel settore anch’esso fortemente smaterializzato dei servizi.

Nasce così il cognitariato, sognato dai padri idealisti e previsto come progresso della fabbrica dai reazionari. La sostanziale differenza tra il nonno operaio e il nipote operatore è che, se il grado di scolarizzazione è aumentato, la consapevolezza della situazione lavorativa è precipitata vertiginosamente. Il potenziale rivoluzionario dato dalla conoscenza, è disinnescato dalla scarsa o nulla partecipazione.

Ciò che auspico è dunque una rinnovata partecipazione politica, che ci renda sempre più consapevoli che il nostro destino e i nostri diritti possono migliorare solo se abbiamo almeno la percezione che le cose non vanno esattamente bene così e che, come un tempo, abbiamo la possibilità di cambiarle…

 

 

sussurrato da: liberaeresia alle ore 12:22 | Permalink | commenti
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